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Questa intervista a Miriam Toews è uscita nel novembre 2018 sulla newsletter di Senza rossetto. La riproponiamo oggi integrale. 

Un’autrice da scoprire

«Mejal dice a Salomè che Andreas, suo marito, si spaventa ogni mese quando lei sanguina e non muore. La cosa lo confonde»

Molta della potenza narrativa di Miriam Toews sta nel suo umorismo. Un’ironia e una comicità sferzante che attraversa la sua scrittura, nonostante la drammaticità di ciò che ci sta raccontando. Che sia il suicidio della sorella nello struggente I miei piccoli dispiaceri, o la fuga dal padre e dalla comunità mennonita in Un complicato atto d’amore, fino agli stupri avvenuti in Bolivia, per mano di quelli che venivano definiti «demoni», in Donne che parlano. Quello che più ci colpisce della scrittrice canadese è quanto con una forma semplice e, apparentemente, leggera riesca a raccontare la tristezza profonda di alcune vicissitudini umane, facendoci sentire al suo fianco mentre ce le mostra e dandoci anche una prospettiva nuova per affrontare le stesse sfide che i suoi protagonisti si trovano a fronteggiare. Siamo con loro, seguiamo i loro pensieri e i loro ragionamenti, mettiamo anche noi le carte in tavola e valutiamo le opzioni.

Miriam Toews è una bella donna di cinquantaquattro anni, dai capelli lunghi e biondi. Ha lo sguardo gentile e un sorriso accogliente. L’abbiamo incontrata in occasione di Bookcity a Milano a novembre e con lei abbiamo parlato del suo ultimo libro, Donne che parlano, uscito in Italia, come i precedenti, per Marcos y Marcos.

L’intervista

Manitoba è una colonia mennonita ultraconservatrice della Bolivia. Nel 2011 fu al centro di un grande processo che provò che fra il 2005 e il 2009 oltre 130 donne della comunità erano state vittime di ripetuti stupri compiuti da 9 membri uomini. Anestetizzate con uno spray chimico destinato alle vacche, per anni le donne si erano svegliate la mattina fra lenzuola sporche di sangue, nude, segnate dai lividi, senza ricordare nulla di quello che era successo durante la notte. Per anni avevano creduto di essere abusate nel sonno da qualche demone o da Satana stesso, come punizione e forma di espiazione dei propri peccati. O almeno, questo era la spiegazione che davano loro gli uomini, fino a quando nel 2009 due di loro non vennero colti in flagrante.

Donne che parlano, il nuovo romanzo dell’autrice canadese Miriam Toews prende le fila proprio da questa vicenda. Siamo a Molotschna, una comunità mennonita molto rigida e isolata, nel giugno 2009: gli uomini della comunità accusati di essere responsabili di ripetuti stupri ai danni di moltissime donne sono in carcere nella città più vicina, ma presto usciranno su cauzione. Tra 48 ore, per essere precisi. Otto delle donne abusate si riuniscono in un fienile per decidere cosa fare. Tre sono le opzioni possibili: non fare niente, restare e combattere, oppure andarsene per sempre dalla comunità.

Leggendo il libro non abbiamo potuto non pensare a come questo romanzo si inserisca perfettamente nel dibattito contemporaneo sulle violenze e gli abusi di potere subiti dalle donne in tutto il mondo. Ecco perché non abbiamo potuto non chiedere a Miriam quali siano le opzioni che noi, donne contemporanee abbiamo per resistere.

«La resistenza può avere moltissime forme, che dipendono dalle risorse che le donne hanno. Le donne del libro hanno grandi restrizioni, non conoscono il mondo fuori e la loro esperienza della vita è veramente limitata. Ma, al di là di queste colonie molto chiuse, in una città o in un ambiente moderno, io credo che la prima e più potente forma di resistenza sia la parola, il raccontare storie, la voglia di incontrarsi, riunirsi e parlare. Ecco perché un movimento come quello del #metoo è stato ed è ancora importante. Quello che ho cercato di fare con il libro era proprio enfatizzare l’importanza di queste donne che si riuniscono, parlano, si raccontano storie e per la prima volta vengono credute – ci ha detto – E soprattutto che finalmente fanno una scelta. Scegliere è sempre molto difficile, devi essere molto forte. Per raggiungere questa forza, le donne devono supportarsi a vicenda, fare rete».

La copertina del libro di Toews

Agata, Ona, Salomé, Neitje, Greta, Mariche, Mejal e Autje, sono loro le donne che parlano. Parlano perché non sanno né scrivere né leggere, non conoscono il mondo che le circonda, sono fuori dal tempo e dallo spazio, a Molotschna persino le bestie hanno un riconoscimento maggiore. L’unica cosa che hanno queste donne sono i loro sogni e lo strumento religioso del perdono, ma inevitabilmente si chiedono: se il pastore e gli anziani di Molotschna hanno deciso che dopo queste violenze noi donne non necessitiamo di assistenza psicologica perché quando si sono verificate non eravamo coscienti, allora che cosa dovremmo, o addirittura potremmo, perdonare? Qualcosa che non è accaduto? Qualcosa che non siamo in grado di capire? E più in generale, ciò cosa significa? Che se non conosciamo “il mondo” non ne saremo corrotte? Che se non sappiamo di essere prigioniere allora siamo libere?

«L’idea di perdono, che nel libro è molto presente, è un concetto davvero problematico: in una comunità religiosa fondamentalista come quella del libro è un valore ovviamente centrale, queste donne devono perdonare gli uomini se vogliono garantirsi l’accesso al regno dei cieli e alla vita eterna – ci spiega Miriam – In società più grandi, più aperte come la nostra, in alcuni casi l’idea di perdono può aiutare noi stessi a sentirci meglio, riconoscendo che l’altro ha fatto un errore perché anche lui è un essere umano, ma quando si tratta di violenze gravi, di stupro, quello che è davvero importante è sforzarsi di capire come e perché queste cose accadano. Bisogna saper guardare alle condizioni in cui gli stupri e gli abusi si verificano, capire il perché gli uomini si sentano in diritto di compiere queste violenze, combattere la disumanizzazione della donna che sta a monte e il sistema che si ripete sempre uguale. Quello che è importante è cercare di cambiare questa società, educare i ragazzi a essere uomini e a rispettare le donne. Il perdono è un buon sentimento, ma non serve a niente, non contribuisce al cambiamento».

Miriam Toews è nata nel 1964 in Canada a Steinbach, in una comunità mennonita che ha lasciato appena compiuti 18 anni. Insieme a temi molto complessi come i rapporti famigliari e la malattia mentale, quello della religione (e soprattutto della religione vissuta in comunità molto chiuse e conservatrici) è uno degli argomenti ricorrenti nei suoi romanzi.

«Io credo che possano assolutamente convivere – ci risponde Miriam quando le chiediamo se secondo lei femminismo e religione possano coesistere – Certo non in una comunità estremista come quella che descrivo nel libro, ma alla fine anche i miei personaggi sono donne che cercano di capire come mantenere la propria fede e allo stesso tempo agire per prendere in mano la propria vita e decidere per se stesse. Una cosa che vorrebbero fare, ad esempio, è leggere e interpretare la Bibbia, per scoprire magari che contiene precetti più accoglienti e compassionevoli di quanto non gli sia stato sempre detto dagli uomini. Tutti i libri sacri potrebbero essere riletti da una prospettiva femminista, se il nostro mondo si muovesse verso nuove concezioni religiose capaci di accogliere le donne, anche nelle posizioni di potere. Purtroppo la misoginia è ancora un concetto molto radicato nei fondamentalismi religiosi, ma un problema altrettanto diffuso è quello dell’educazione che viene impartita a noi donne, che veniamo spesso scoraggiate dal leggere, dallo studiare, dal coltivare un’ambizione, dal fare carriera».

A Molotschna, infatti, le donne non sono alfabetizzate e la stesura dei verbali delle loro riunioni viene affidata a un uomo, August Epp, che è anche la voce narrante del libro. «August è una vittima, è un outsider, è bullizzato dagli altri uomini, non è considerato abbastanza uomo, è un pensatore, un intellettuale. È gentile, si preoccupa e si prende cura delle donne. Il suo essere a sua volta vittima di questa comunità gli permette di empatizzare e di trovare una connessione con loro». August quindi è anche un simbolo, un simbolo di quello che gli uomini possono fare oggi per diventare veramente parte attiva del dibattito sulla condizione delle donne e per innescare il cambiamento? «È tempo anche per gli uomini di ascoltare, di credere, di educarsi e di educare a loro volta i propri figli. Devono conoscere le nostre storie, devono leggere, imparare e migliorarsi. Gli uomini sono fondamentali per questi cambiamenti della società e devono lottare insieme a noi. Non tutti, ma molti di loro sono già al nostro fianco».